La trappola, novella di Pirandello, è il discorso interiore di un uomo che confessa il proprio sentirsi ingabbiato dalle convenzioni, dalla famiglia, addirittura dall’obbligo della riproduzione. Le donne, le femmine, lungi dall’essere compagne di vita, sono uno strumento che attira l’uomo: lo spingono a riprodursi e si generano così altri infelici, altre maschere del gran ballo della società. Anche il nostro protagonista cade nella trappola: una donna sposata che non può avere figli da suo marito lo seduce, gli strappa una gravidanza per poi abbandonarlo e tornare dal marito. Così lui rimane da solo con il vecchio padre malato e paralizzato, condannato a quella vita dal padre, nonno del protagonista, che lo generò settantasei anni prima. Ogni genitore è il boia della creatura che genera e che dice di amare, mentre invece la condanna a morte: la vita si intrappola nei corpi e ogni forma di vita conduce alla fine della vita stessa.
«Un uomo si muove nella sua casa. Di là, fuori scena, un altro uomo piange. È il vecchio padre di quell'uomo solo. Il vecchio mangia imboccato, i bisogni corporali se li fa addosso come i bambini piccoli. E piange. Piange senza un'apparente ragione. La casa è piena di oggetti della realtà di quell'uomo. Questa casa è una trappola. Il pensiero di quest'uomo è una trappola. Il venire al mondo dell'uomo è cadere nella trappola. Le donne sono trappole. I sentimenti, le opinioni, le abitudini, i concetti sono trappole. Il corpo stesso intrappola la vita condannandolo alla morte. La trappola, che Pirandello scrive nel 1912, è forse la novella più filosofica, amara e disperata dell'autore agrigentino».
Gabriele Lavia